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ultima modifica: corinaldo03/02/2014

CENNI STORICI

"Arsa e distrutta dall’empio Alarico, la bella e famosa città di Suasa, l’anno della nostra salute 409, come fu scritto, quelli che dagli incendi avanzarono per salvarsi, fuggirono verso il vento Cecias dentro i vicini colli, l’anno del parto della Vergine 411 diedero principio a fabbricare una città formata con regole e disegno di architettura  la chiamarono Corinaldo, quasi curre in altum’".
Così scriveva a proposito delle origini di Corinaldo nei prima anni del secolo XVII Vincenzo Maria Cimarelli, frate domenicano, insigne storico, maestro di umane lettre, inquisitore del Santo Uffizio.

Storia e leggenda si alternano e si fondono nella “cronaca” del Cimarelli, desideroso di nobilitare la nascita della sua città dalle rovine della romana Suasa Senonum.

Con tutta probabilità la città di Corinaldo è sorta agli inizi del secondo millennio, in seguito al diffuso fenomeno dell’incastellamento.
Arroccata tra i fiumi Cesano e Misa, tra Marca di Ancona e Stato di Urbino, diviene ambito avamposto conteso, per la sua posizione strategica, dalle fazioni guelfe e ghibelline in lotta per il potere durante la crisi del sistema feudale e l’avvento delle signorie.
Guelfa fino ai primi del 300, Corinaldo subisce il fascino e poi la tirannia di un suo nobile concittadino di parte ghibellina, Nicolò Boscareto, vicario imperiale per nomina di Ludovico il Bavaro, e a causa del quale è distrutta dall’esercito pontificio di Innocenzo VI, agli ordini di Galeotto Malatesta, il 18 agosto 1360.

Corinaldo viene ricostruita letteralmente ex novo nel 1367, con l’attuale cinta muraria, nella quale figurano elementi fortificativi attribuiti al genio del celeberrimo architetto militare senese Francesco Di Giorgio Martini.
Nuove mura, nuovi assedi.
Ai Malatesta succedono gli Sforza, e agli Sforza i Della Rovere, con lo spodestato duca di Urbino, Francesco Maria, che tenta nel 1517 di riconquistare Corinaldo e le terre limitrofe sotto il suo diretto dominio.
Ma in quell’epoca è scritta una delle pagine storiche più belle ed esaltanti della comunità corinaldese.
Dopo ventitre giorni di assedio i corinaldesi costringono il duca alla ritirata e il papa dell’epoca, Leone X, per la fedeltà mostrata, eleva Corinaldo al rango di città.
Dignità confermata con breve del 20 giugno 1786 da papa Pio VI.

Ma è nel '600 che Corinaldo si ingentilisce nelle forme architettoniche e nel costume, arricchendosi dell’opera e dell’ingegno di pregevoli artisti.
Le famiglie nobili erigono nuove ed eleganti dimore, segno di un accresciuto e diffuso benessere.
Si sviluppano le arti e i mestieri, si stringono nuovi rapporti economici, politici e culturali.
Ma non sono solamente i palazzi gentilizi a contrassegnare l’ordito architettonico della città, e in particolare del centro storico: vedono progressivamente la luce anche monumentali edifici civili e religiosi, ancora oggi visibili e perfettamente conservati, quali fra gli altri la chiesa del Suffragio dalla caratteristica pianta ottagonale, eretta sul vecchio mastio, la chiesa dell’Addolorata, quella di Sant’Anna (patrona di Corinaldo) e il santuario ora intestato alla Goretti.

Palazzi e chiese, splendidi esempi di architettura civile e religiosa, costituiscono invitanti e preziosi contenitori di apprezzabili opere d’arte.
Il Seicento e il Settecento, in particolare, sono secoli di intenso sviluppo artistico della città, grazie alla presenza e all’opera di ingegni quali fra gli altri il pittore Claudio Ridolfi che a Corinaldo visse lungamente e vi morì, l’organista Gaetano Callido che sempre a Corinaldo ha lasciato due strumenti di eccezionale fattezza, uno dei quali funzionante e il secondo in restauro, dono del Callido alla figlia monaca di clausura proprio a Corinaldo, in quegli stessi ambienti che oggi accolgono la civica pinacoteca.

Corinaldo rappresenta una terra vergine tutta da conquistare e il bel centro storico, ninfa intrigante indolentemente adagiata sul principale dei sei colli sui quali si estende il territorio comunale, vive in quei secoli il suo periodo di massimo splendore.
Con il trascorrere dei decenni, poi, si irrobustisce l’aspetto di centro economico di prim’ordine, grazie ai numerosi insediamenti produttivi che sviluppano un connettivo vitalissimo nei settori dell’artigianato artistico del mobile, del calzaturiero, della cartotecnica.

Notevole e progressivo è anche l’incremento demografico dovuto essenzialmente alla favorevole evoluzione delle attività produttive, ma anche alla spiccata vocazione all’accoglienza turistica che Corinaldo ha sviluppato soprattutto in quest’ultimo decennio.
Le vestigia dell’eroico passato sono oggi rintracciabili: nel perimetro murario di circa un chilometro con le sue porte bastionate a nord e a sud, con lo “sperone” di Francesco di Giorgio Martini, con le torri e torrette che diciannove volte contrappuntano l’ordito difensivo quattrocentesco; nelle chiese e nei santuari (da non trascurare è anche quello dell’Incancellata del secolo XVI) di cui s’è già detto; nel palazzo municipale e nel complesso degli Agostiniani, nel teatro storico e nei numerosi palazzi gentilizi delle famiglie Cesarini, Orlandi, Marangoni, Amati, Ciani, Mazzoleni; nei personaggi ai quali si è fatto prima riferimento; alle storie e manifestazioni che riconsegnano Corinaldo ad un’aurea tipicamente medievale, intrigante, avvolgente, che si respira e rivive ogni anno, da venticinque anni a questa parte, con la tradizionale rievocazione storica in costume denominata “Contesa del pozzo della polenta”.

Certo la storiellina, tutta ottocentesca, riguarda la vicenda di un contadino che, risalendo l’erta che conduceva anticamente dal borgo al centro storico, lascia cadere un sacco di farina di mais nel pozzo al quale tenta di bere per combattere l’arsura estiva.

Dal pozzo cominciò a uscire, prodigiosamente, tanta polenta che sfamò i corinaldesi assediati.
Si fa riferimento allo storico assedio del 1517, ma al di là dell’anacronismo storico relativo alla presenza e uso della farina di mais in quel tempo lontano, appare invece profondamente legato ai “sogni” degli assediati l’idea, o meglio la speranza di vedere spuntare da un pozzo qualsiasi, magari dalla canna di un negromante, un cibo inesauribile che rimpinguasse le derrate alimentari oramai agli sgoccioli.
E, come ancora oggi i pastori andini masticano foglie di coca per contrastare i morsi della fame durante i lunghi periodi di pascolo delle greggi, così le popolazioni di tanti secoli fa certamente avranno bramato l’arrivo provvidenziale (sorta di mitica manna) di un cosiddetto “pane succedaneo spontenascente”.

Come a dire che, a Corinaldo, si respira ancora quell’ “antico colore del tempo” , come ebbe a dire uno degli ultimi grandi personaggi pubblici del luogo, Mario Carafòli: giornalista, fotografo, scrittore, spirito arguto e salace della sua Corinaldo, mitizzata a livello di “paese più bello del mondo” (come ognuno ritiene essere il proprio luogo di origine), ma anche inventore di tante storie sulla particolare astuzia dei suoi stessi concittadini che, mescolata a un pizzico di sana follia, hanno fatto conoscere Corinaldo, anche, come il paese dei matti.

Matti furbi, irriverenti, astuti, scaltri, abituati a dissodare la vita con la forza delle braccia e dell’ingegno in egual misura.
E, al di là delle facili rionie, Corinaldo può vantare notorietà mondiale in virtù della venerazione alla martire Maria Goretti, il cui culto non conosce appannamenti e anzi è cresciuto e capillarizzato anche in concomitanza con l’attuale centenario della morte (1902 – 2002), Tanto che la tv di stato ha realizzato e già trasmesso una finction sulla giovinetta di Corinaldo e sempre più sono i pellegrini e i semplici visitatori dei luoghi gorettiani che si recano nel paese dell’entroterra senigalliase.

Ribattezzata quale Agnese del XX secolo da papa Pio XII, la fama e la vita di Marietta, come l’hanno sempre chiamata i suoi concittadini dell’epoca e di oggi, àncora la secolare, consolidata, riconosciuta avvenenza storica e artistica di Corinaldo a luogo di spiritualità che nella provincia dorica è preceduta solamente da Loreto.

Corinaldo, dunque, e oggi più che mai, sulla scorta della sua storia millenaria, è luogo di arte e di fede.

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